Trieste & il sol levante / 3

di Riccardo Cepach

L’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo è uno splendido palazzo con
acuminati spigoli in marmo bianco e facciate rosso vivo disegnato da Gae
Aulenti: 12 piani affacciati sui giardini imperiali, con vista esclusiva
sui famosi ciliegi sakura che durate il periodo della fioritura (che ho
mancato d’un soffio) sono il centro di gravità dell’incessante
trascorrere di questa immensa capitale che un centro vero e proprio non
ce l’ha. Perciò dalle finestre stesse del palazzo ti puoi dedicare
all’hanami, l’osservazione dei ciliegi in fiore che è una passione
nazionale: un vero privilegio. Un privilegio che è costato non poche
dispute e polemiche, mi confida Giorgio Amitrano, direttore
dell’Istituto, perché nel 2005, quando il progetto è diventato
esecutivo, a esso si è ferocemente opposto niente meno che il direttore
di uno dei più autorevoli quotidiani giapponesi. Io l’ho capita così:
costui abitava, vedi un po’, al piano attico di un vicino e
prestigiosissimo (anche perché isolato) palazzo. L’attacco contro il
progetto italiano, sferrato dalle pagine del quotidiano stesso, prendeva
di mira soprattutto l’aggressività di quelle facciate rosse, l’effetto
di “pugno in un occhio” (me-zawari) che avrebbe finito per deturpare
il puro skyline di grattaceli onestamente grigi e, peggio che mai, nelle
belle giornate avrebbe insolentito il candore delle nevi dell’amato
Fujiyama. La difesa del celebre architetto è stata semplice, veloce e
micidiale come una mossa di ju-jutsu: il rosso vivace di quelle facciate
rappresenta un omaggio alla gloriosa tradizione giapponese delle lacche,
la volontà di celebrare una delle più alte espressioni dell’artigianato
nipponico. E la storia, per quello che ha da insegnarci, finisce qua:
con il potente direttore del giornale, improvvisamente disarmato, che si
ritira in buon ordine e gli operai che mettono mano alle cazzuole. La
tradizione, nel paese più innovativo e moderno del pianeta, ha un peso
enorme, è l’argomento fine di mondo.
E così, con il suo perfetto mix di tradizione e modernità, quasi 10
anni più tardi, il bel palazzo di Gae Aulenti accoglie la mia seconda
conferenza in Giappone, dopo quella di due giorni fa intitolata “La
coscienza dello Zen. Italo Svevo e l’arte di smettere di fumare”:
oggi, più in generale, parlerò di Trieste e della sua letteratura,
accompagnando il pubblico in una virtuale “Passeggiata per la città di
carta”. Sono con me, anche questa volta, la ricercatrice appassionata
di Svevo Sawa Ishii cui toccherà di nuovo tradurre le mie parole in
giapponese e il prof. Tadahiko Wada che molto gentilmente mi presenterà
al pubblico. Ma ci sono anche molti altri ospiti appassionati e
competenti: ritrovo l’altra amica svevista nipponica, Aya Yamasaky, che
con il suo inconfondibile accento toscano di studentessa della Normale
di Pisa, mi presenta Yasunori Tsutsumi, il traduttore giapponese di
Senilità che sta lavorando ora a una nuova traduzione della Coscienza
dopo quella classica su cui i giapponesi hanno conosciuto Zeno,
meritoria certo, ma problematica fin dal titolo: Il tormento di Zeno. E
non mi accorgo, preso nelle presentazioni e nelle conversazioni, che la
sala si è completamene riempita di pubblico e che ci sono ormai oltre un
centinaio di persone che attendono. Una cosa che allarga il cuore.
Stasera il mio proposito è di svelare – mentre faccio scorrere le
immagini d’epoca della stazione ferroviaria, del palazzo delle Generali,
dell’Hotel de la Ville o del ghetto – un segreto assai ben custodito
nella città adriatica della Barcolana, della scienza e del caffè, e cioè
che Trieste è una delle capitali mondiali della letteratura. E la metto
giù così, secca, ché se la prendono per un’iperbole – la fissa di uno
che di lavoro studia queste cose e, cosa vuoi?, avrà finito per crederci
davvero – è ancora meglio. Si ricrederanno quando gli avrò snocciolato
la sequenza dei consoli scrittori, da Stendhal a Charles Lever, a
Richard Francis Burton fino a Ivo Andrić, che – volenti o nolenti –
hanno rivestito incarchi diplomatici a Trieste? Oppure dovrò ricostruire
quel mio set di una serata d’estate nel 1907, con il sole al tramonto
che arrossa le rive affollate e due impiegati delle Assicurazioni
Generali, entrambi di origine praghese, Franz Kafka e Leo Perutz, che
interrompono la passeggiata per osservare il lavoro di un giovane Egon
Schiele che sta dipingendo un indimenticabile scorcio del porto, mentre
sullo sfondo, persi in una fitta conversazione, Italo Svevo e James
Joyce, che si sono appena conosciuti, si affrettano verso il tavolino di
un caffé? Avrò bisogno di rimarcare che questi due ultimi signori di lì
a 15 anni rivoluzioneranno completamente la prosa italiana e
anglosassone e l’intero corso della letteratura modernista? O che nel
palazzo stesso in cui si sono incontrati, sede della scuola di lingue
Berlitz, avrebbe operato un poeta destinato a rivoluzionare la lirica
italiana sotto il nome di Umberto Saba, apprezzato anche in Giappone
grazie a quella che mi dicono essere una meravigliosa traduzione?
Ancora: dimostra la mia tesi il fatto che, isolate le “tre corone
triestine” cui la città ha tributato l’onore delle statue in mezzo
alla via, cittadini e passanti eterni, i comprimari, le figure di sfondo
(quanti punti esclamativi dovrò far sentire per sottolineare l’assurdità
di questa tuttavia inevitabile idiozia tassonomica?) si chiamano
Slataper, Giotti, Marin, Tomizza, Kosovel, Bartol? Che hanno parlato e
scritto da triestini di nascita o di adozione in quattro o cinque lingue
diverse raggiungendo ognuno i vertici della propria arte e della propria
tradizione? Infine, è abbastanza per far rientrare il leggero sapor di
scandalo di quella mia affermazione – una delle capitali mondiali della
letteratura – ricordare che non esiste un’altra cittadina di 200.000
abitanti (più piccola del più piccolo quartiere di Tokyo, aggiungo) che
può vantare oggi sul suo territorio – o visceralmente legati a esso,
che è lo stesso – almeno 7 o 8 scrittori che scrivono nelle lingue del
sì, del da e del ja, molto noti a livello nazionale e internazionale,
fra cui due candidati al premio Nobel come Pahor e Magris?
L’applauso, il dibattito, i complimenti, le richieste di chiarimento e
di approfondire mi dicono di sì. Che per il gentile, colto pubblico
giapponese di stasera, aperto e curioso, l’argomentazione è valida e
sufficiente. Ubriaco di gentilezza e di attenzione mi lascio andare a un
sùbito delirio di onnipotenza e sogno di fare lo stesso anche laggiù, in
fondo al seno adriatico, lì dove tutto comincia e subito finisce.

 

[Prosegue la pubblicazione del reportage dal Giappone. Testo e immagini di Riccardo Cepach, titoli e occhielli redazionali - Il Piccolo del 19 Maggio 2013]