Trieste & il sol levante / 3

di Riccardo Cepach

Dice il saggio Zeno verso la fine del suo diario:  “Per raccogliermi
meglio passai il pomeriggio […] solitario alle rive dell’Isonzo. Non
c’è miglior raccoglimento che star a guardare un’acqua corrente. Si
sta fermi e l’acqua corrente fornisce lo svago che occorre perché non è
uguale a se stessa nel colore e nel disegno neppure per un attimo.”
Lui dice svago, e certo lo è per la mente affaticata, ma sono molti i
maestri del buddismo che suggeriscono di meditare sul corso di un fiume.
Chissà se riuscirò anch’io a raccogliermi abbastanza osservando il lento
movimento delle acque di questo fiume che per breve tratto costeggia il
treno superveloce Tokyo-Kyoto su cui mi trovo.
È uno Shinkansen, un treno ad alta velocità che sembra un mezzo di Star
Trek e invece (o dovrei dire “proprio per questo”?) qui è roba
vecchia, dato che la prima linea è stata inaugurata nel 1964. Vecchia ma
assai efficiente. Sono convogli che raggiungono i 320 all’ora ma quando
ci sei dentro ti pare di essere fermo in stazione, da quanto sono
stabili e silenziosi; c’è tanto spazio per le gambe perfino per me che
quaggiù continuo a restare incastrato fra i tavoli e gli sgabelli dei
bar e le hostess gentilissime e piene di dignità  si inchinano ogni
volta che entrano ed escono da uno scompartimento.
Eppure non funziona. Nonché meditare, non riesco neppure a raccogliere
(!) abbastanza le idee e le impressioni di questo viaggio orientale. Si
vede che non c’è raccoglimento possibile a 300 all’ora, quando
l’osservatore scorre assai più velocemente dell’acqua che osserva. È
questione di relatività (intesa come “teoria della”) che, come si
sa, ha assai a che fare con i treni ma anche con filosofie orientali
(avete presente “Il Tao della fisica”?) e con Zeno stesso che è sì,
uno specialista del tempo – come si definisce da sé – ma appunto di
quello della filosofia, della psicologia e della scienza, non certo di
quello della Storia. Una prova? La meditazione sulle sponde dell’Isonzo
si colloca durante una vacanza di Zeno e famiglia a Lucinicco nel maggio
del 1915. Pochi giorni dopo, esattamente il 23, Zeno si allontana per
un’altra passeggiata lungo la quale gli capita di rassicurare una
famiglia di contadini che la guerra dell’Austria con l’Italia è una
virtualità del tutto scongiurata e di tranquillizzarli sul fatto che,
certo, mangeranno loro le patate che stanno sotterrando poiché, se anche
il conflitto fosse scoppiato, sicuramente non avrebbe riguardato quelle
zone. Aggiunge anche altre rassicurazioni Zeno che, dichiara poco dopo,
“veramente non ama di rammentare”, poiché quello stesso giorno,
rientrando a Lucinicco trova la strada verso il suo agognato caffellatte
sbarrata da un presidio di soldati: l’Italia ha dichiarato guerra
all’Austria. Il giorno seguente un altro fiume, il Piave, assiste
“calmo e placido al passaggio dei primi fanti” il 24 maggio 1915,
appunto.
Ecco, questo mi piacerebbe essere riuscito a seminare qui in Giappone :
l’idea che Zeno (inteso come romanzo e come personaggio), con la sua
ironia, è un osso duro da rodere anche per il più consapevole dei
sensei: devi essere davvero molto, molto Zen, per restare concentrato
sulla realtà che ti circonda mentre il più grande, globale, devastante
evento della storia dell’uomo si sta abbattendo su ogni cosa, compresa
la foglia del ginkgo o, più facilmente, del pioppo su cui stai
meditando. Siamo d’accordo di non inseguire le sirene ammaliatrici
dell’ambizione e del successo, ma quelle dell’allarme antiaereo? E che
vuol dire che Zeno – mentre l’immensa forza distruttrice si sta
scagliando su quelle rive dell’Isonzo che di lì a poco si arrosseranno
di sangue e sulle patate di quei disgraziati contadini – non riesce a
pensare ad altro che al suo caffellatte perduto? Che è il più
distaccato, il più consapevole, il più Zen degli uomini d’occidente
oppure che di tutti essi è il più accecato, egoista e preda di vani
desideri materiali?
Forse Zeno e lo Zen trovano un accordo a un livello meno evidente, più
profondo:
al centro vuoto dello Zen c’è il consapevole presente, l’invito a
compiere ogni atto, per quanto umile  e quotidiano con attenzione e
pienezza, a non proiettare le emozioni positive o negative del passato né
le aspirazioni per il futuro sulla limpida superficie del presente, che è
l’unica dimensione autentica. E Zeno, ancora una volta, pare d’accordo:
vuole “guarire dalla cura”, farla finita con “i giocattoli”
perniciosi della psicoanalisi che gli causano “distrazioni
spaventose”. Anzi, sostiene Zeno che grazie alla guerra, e non alla
meditazione e alla psicanalisi, si sente finalmente risvegliato e
guarito: «Sarebbe anche bello che qualcuno m’invitasse sul serio di
piombare in uno stato di mezza coscienza tale da poter rivivere anche
soltanto un’ora della mia vita precedente. Gli riderei in faccia. Come
si può abbandonare un presente simile per andare alla ricerca di cose di
nessun’importanza? A me pare che soltanto ora sono staccato
definitivamente dalla mia salute e dalla mia malattia».
Eppure qui, nel mio presente di passeggero di questo benedetto
Shinkansen lanciato come una freccia fra Tokyo e Kyoto, immerso – solo
ora me ne accorgo – in un vero raccoglimento indotto non dallo
scorrere del fu placido e ora sanguinoso fiume della storia ma dal
sincopato videoclip dei frammenti di paesaggio che sfarfallano a velocità
folle nel piccolo finestrino del treno, non sono così sicuro che questa
sia la soluzione. Magari è perché mi trovo in questo spazio sospeso, sì,
come sempre, fra passato e futuro ma al contrario, con il passato dritto
di prua e il futuro dietro di me, ossia con la città della tradizione,
l’antica capitale Kyoto (e un po’ più giù, Hiroshima, la follia atomica
del passato) davanti a me e la città dell’innovazione, la capitale
moderna Tokyo (e, un po’ più su Fukushima, la follia atomica del
presente) che si allontana alle mie spalle. Stravaccato comodamente in
questa autentica macchina del tempo mi viene da dire che non è la
prosecuzione del passato nel presente il problema, perché questa è  la
normale condizione umana e – curioso che proprio Zeno non se ne
accorga – si chiama “coscienza”(così la pensava anche Bergson). Il
problema è invece quanto questo passato diventa un fardello paralizzante
e quanto se ne riesce a fare uno stimolo vivificante, come ci insegna
l’aneddoto di Gae Aulenti e del palazzo rosso. Deve essere per questo
che ho avuto così spesso la sensazione di parlare al pubblico sbagliato
durante la conferenza sulla letteratura triestina e che quelle cose
avrei dovuto dirle innanzi tutto qui a Trieste. I giapponesi le sanno già.

 

[Prima pagina cultura del "Piccolo" di oggi con l'ultima puntata del reportage dal Giappone. ]