3. Il viaggio di lavoro

L’Inghilterra – «Quanto differente», si stupisce Svevo, che su quella terra scrive due corposi saggi e numerosissime lettere a Livia – non è l’unico paese in cui egli si trovi a viaggiare per lavoro. L’epistolario raccoglie lettere dalla Francia, dalla Germania, da Fiume e da numerose località italiane. Buona parte di questi viaggi sono stati compiuti, naturalmente, nelle sferraglianti carrozze dei treni, che offrono al viaggiatore abbondanza di fuggenti visioni paesaggistiche e di incontri, a volte stimolanti, a volte noiosi, a volte ammorbanti. Questa è anche l’ambientazione di uno dei racconti più celebri di Svevo, quel Corto viaggio sentimentale la cui stessa partizione è scandita dal succedersi delle stazioni ferroviarie sulla linea Milano-Trieste. Ma la parte di gran lunga maggiore delle lettere che Svevo scrive a Livia vengono dalla “Sacca Serenella” dell’isola di Murano, sede della prima filiale del colorificio Veneziani. Le «tristezze di Murano», come le definisce lo scrittore, ossia le difficili condizioni della miserrima popolazione dell’isola, sono spesso oggetto delle sue comunicazioni epistolari e costituiscono il centro delle sue Novelle muranesi.

 

Murano, 31 marzo 1901

Mia cara Livia, […] Fuori piove. Cosa faro io tutta la santa domenica? […] Faccio una tale vita che m’e persino difficile di scriverti. Se fossi al polo nord ci sarebbero almeno gli orsi che mi minaccerebbero. Qui non mi minaccia altro che un inebetimento lento ma sicuro. Mi commosse la morte di Totoio. Ne vidi il cadaverino con una corona di fiori sulla testa vizza, quasi un’ironia, fiori in tutta la bara, il solito vano tentativo di diminuire la morte. Lo portarono via quattro ragazzini che celavano i cenci col mantello rosso, tutti serii impettiti dell’importanza della loro missione. Il prete dall’aspetto stupido come sempre diceva o non diceva – cio che in fatto di sentimento fa lo stesso – le sue litanie. Già il vero prete per il figlio dovrebbe essere il padre; gli farei dire le preci in latino e la lingua morta in bocca del povero Nane diventerebbe più spropositata che in bocca del prete ma subito viva e moderna. Dietro la cassa andarono le piccole Bravin e nessun altro fuori di Cimuti che io mandai e il quale malmenava le bambine per farle stare in fila. Il cane abbaiava e dovetti dargli un calcio per farlo star zitto. E la processione piccola e disordinata passò fino al ponte sulla cavana ove per passare si disordinò anche più. I nostri operai pezzenti con le mani e il viso e le vesti di pittura stavano a vedere. La vecchia Bravin urlava davanti alla sua casa. Il vecchio, più zitto, piangeva meglio. E il povero Totoio nato e morto non si sa perché, fu sepolto da Cimuti perché il becchino è ammalato. «Che sgobada!» – mi disse al ritorno. «Se sapevo non ci sarei andato». Infatti anche lui ha un triste destino di sgobbare dove capita. Insomma la vita è triste per Nane e Luzietta. Io credo che pur sapendo che Totoio doveva morire, non si figuravano che la cosa fosse così. Anche persone più colte di loro non sanno prevedere cose simili. Ti bacio ed abbraccio cara Livia. Non vedo l’ora di arrivare per te e per Titina. Mi saresti grata di tanta lettera se sapessi con quanta difficoltà io oramai scrivo. Non mi piace che mi dici che speri che questa vita non continui mentre sai che continuerà sempre così. Olga neppure non ascolta quando le dico che io non trovo ragionevole di andare io ad assistere a pitturazioni. Starò a casa le feste di pasqua perché è pasqua. Poi subito Pola, poi Fiume e poi Venezia e via di questo passo.

Ettore