Trieste e il Sol Levante / 1

In viaggio verso la Tokyo University of Foreign Studies per capire quanto sia conosciuto laggiù lo scrittore della “Coscienza di Zeno”
di Riccardo Cepach

“Tu sei pazzo!” È da stamattina che la mia vocina interna – non
chiamiamola “coscienza”, non se lo merita, è più “fifa” –
continua a tormentarmi con questo ritornello, usando le stesse parole
che il padre di Zeno rivolge al figlio per la sua mancanza di serietà di
fronte alla vita. Ce l’ha con me, la vocina, perché questo pomeriggio è
in programma alla Tokyo University of Foreign Studies la mia conferenza
dal titolo “La coscienza dello Zen. Italo Svevo e l’arte di smettere
di fumare”.
“Che cosa vuol dire? Che cosa c’entra Zeno con lo Zen? È uno
scherzo? Hai attraversato mezzo pianeta per venire a raccontare le
barzellette ai giapponesi?” Non le rispondo neanche. Ma se lo facessi
le direi che non è uno scherzo, semmai è quello che, nella Vienna di
Freud come nella Trieste di oggi, si chiama ancora un witz: un gioco di
parole che in un lampo di intuizione rivela una relazione nascosta fra
due oggetti fin lì lontanissimi e apparentemente incompatibili. Zeno
Cosini è portatore di una pur confusa forma di saggezza, che ha
caratteristiche orientali. Questo ho scoperto grazie all’improvvisa
illuminazione del witz e di questo parlerò.
Del resto, ragioni per non fare questa conferenza, a volerle trovare,
ce n’era più d’una. Molti giapponesi amano la lingua e la
letteratura italiana, è vero. Ma le loro predilezioni non comprendono
certo Svevo. Gli autori italiani più amati in Giappone sono Calvino e
Tabucchi, che era amico personale del prof. Tadahiko Wada, il mio
ospite. Scrittori dalla lingua precisa e tersa, che soddisfano
l’estetica nipponica con il rigore e la pulizia del dire, così
lontani da un autore che attribuisce a un suo personaggio lo stesso
difetto che spesso sentiva suo, quello di una “parola impropria che
diceva di più o di meno e che non colpiva mai il centro”. Potrà mai
entrare Svevo in un mondo ordinato e disciplinatissimo dove tutto
funziona con una precisione che certo era sconosciuta anche
all’Austria asburgica, “paese ordinato”? Un mondo in cui è
proibito fumare nelle strade? E non per tutelare la salute del fumatore
stesso (ciò che Svevo avrebbe se non sottoscritto, certo capito) e
propriamente neanche per difendere i suoi vicini dal rischio del fumo
passivo (tanto è vero che in quasi tutti i bar e i ristoranti si fuma
tranquillamente, con divisioni in zone fumatori e non puramente ideali):
non si può fumare in strada perché in una città di 35 milioni di
abitanti al cui centro, – si fa per dire – nel quartiere di Shibuya,
si trova un incrocio per il quale transitano secondo una stima, 100.000
persone ogni ora, una sigaretta accesa è un’arma pericolosa, fonte di
continue bruciature e ustioni. È questione irrinunciabile di rispetto
degli spazi e dell’incolumità altrui. Davvero un altro mondo.
“Appunto! E tu, con la tua conoscenza raccogliticcia da siti Internet
e saggistica divulgativa delle filosofie e delle religioni orientali,
vieni a parlare del buddismo zen proprio qui?” insiste petulante la
mia vocina. Mi sforzo di ignorarla. E ripasso mentalmente le intuizioni
che mi hanno portato qui, non a parlare di buddismo naturalmente, ma a
mostrare il protagonista del romanzo sveviano sotto una luce diversa,
che somiglia stranamente a quella che promana dai testi e dagli
insegnamenti dell’estremo oriente. Zeno non è un inetto – uso la
formula invalsa – come i precedenti protagonisti sveviani; è invece un
lottatore efficacissimo (è lui il vero vincitore nel romanzo) perché,
come un esperto di arti marziali, usa la forza e l’energia
dell’avversario a suo vantaggio. Dà tanta corda al suo rivale Guido
che questi finisce per impiccarcisi da solo e come un saggio confuciano
sa attendere sulla sponda del fiume sul quale transitano tutti i
cadaveri dei suoi avversari: dal suocero Malfenti all’odiato tutore
Olivi, all’infido psicanalista dottor S.
A questo penso mentre prendo posto al tavolo dei relatori accanto alla
cara amica Sawa Ishii, italianista e anima di questo incontro, che mi ha
raccontato tutto della ancora scarsa fortuna di Svevo in Giappone, fin
dalla prima traduzione della “Coscienza” nel 1967, e che mi fa da
guida e da traduttrice in queste giornate. È lei che mi ha raccontato
che in giapponese lo stesso verbo “katari” significa sia
“raccontare” che “mentire” suggerendomi quanto Svevo ne
sarebbe stato deliziato. Ed è sempre lei che mi spiega che, in una delle
possibili versioni, tradotto in ideogrammi, il mio nome – Cepach –
viene a significare “Sapiente | apparire | a lungo”. Ci sto: posso
accontentarmi provvisoriamente dell’apparire a patto che “a lungo”
comprenda almeno la prossima ora e mezza. E comincio.
Il pubblico non è numeroso ma è selezionato: studenti, dottorandi e
docenti – c’è anche l’unico esperto di lingua friulana di tutto il
Giappone – di questa che è solo una delle università di Tokyo, una di
quelle piccole (sono appena 27 facoltà). Capiscono quasi tutti
l’italiano e si occupano tutti di letteratura. Siamo fra amici.
Faccio poche premesse: suggerisco che Svevo avrebbe potuto apprendere
qualcosa sulle filosofie orientali in Nietzsche e soprattutto in
Schopenhauer (benche, è ovvio, in modo estremamente filtrato), gli
racconto, a titolo di curiosità, che abbiamo recentemente ritrovato due
volumi di ukiyo-e, stampe giapponesi, di sua proprietà. Ma non baro.
Insisto invece che la mia interpretazione è tanto più produttiva quanto
più ipotizziamo da parte sua un’ignoranza quasi totale dei principi
del taoismo e dello zen. Poi gli mostro Zeno immerso in profonda
meditazione (lui diceva “raccoglimento”) sulle sponde dell’Isonzo,
in attesa del suo “satori”, l’illuminazione. Gli illustro il
funzionamento dei paradossi da lui tanto amati che rivestono la medesima
funzione dei “koan” dei maestri Zen: paralizzare l’incessante e
futile rimuginamento, mettere in scacco il lavorio della mente per
permettere all’essenza di manifestarsi. Concludo mostrando che per
Zeno, come per i maestri Zen, gli opposti sempre si toccano, la salute
essendo l’altra faccia della malattia, la bontà della più cinica
cattiveria, fumare dello smettere, la vita della morte stessa.
Li osservo: sorridono, applaudono, poi cominciano le domande. Domande
pertinenti, interessate. Non di pura cortesia. Tiro il fiato e mi
impegno nelle risposte. Un signore, in separata sede, mi dice che la mia
interpretazione dello Zen è interessante (vuol dire “assurda” mi
sussurra, velenosa, la mia vocina). Avrei preferito che trovasse
interessante la mia interpretazione di Svevo, ma è qualcosa. È andata.
“Va bene, – proclama a mo’ di congedo la vocina, prendendo di
nuovo a prestito le parole del padre di Zeno – resta però assodato che
tu sei un pazzo.”

[ reportage del "Piccolo" di oggi 13 Maggio 2014 sulla conferenza "La Coscienza dello Zen. Italo Svevo e l'arte di smettere di fumare" alla Tokyo University of Foreign Studies dello scorso  22 aprile. ]